domenica 5 marzo 2017

La leggenda di Asmodeide da Otranto, eterna fonte del lago di bauxite

Foto di Elisa Rossi

Una luce così forte che acceca


Asmodeide era bella, non c’è che dire. Tra le sue carni di un raro biancore preraffaellita, si incardinavano occhi di normanna memoria e come cornice, una barocca chioma fiammeggiava al sole salentino. Era bella, Asmodeide e viveva in Terra d’Otranto, con una famiglia devota alla Fede e alla Legge, che tante volte, all’epoca, erano la stessa cosa.

La sua dolce vita, a prima vista, trascorreva beata tra le faccende domestiche, le passeggiate con le tre sorelle e le visite di Teofante, suo promesso sposo, giovane assai gentile e di buona famiglia.

Solo queste cose meritava, la ragazza, contentezza e felicità, efficaci spezie per tirar su un’ottima figliola, di belle maniere e di buon carattere. Eppure, sul limitare della gioia, Asmodeide nascondeva qualcosa; all’ombra, poco fuori dalla portata degli occhi comuni, abbagliati dalla maschera di buonumore.

A chi avesse saputo davvero guardare, la ragazza sarebbe sembrata come chi, a un pranzo di nozze, trattenga a fatica un sorso d’acqua in bocca, per soffiarlo come buon augurio sugli sposi (come da antichissima usanza).

Cos’era, dunque, quell’ombra che faceva da tragico contrasto alla bellezza incontestabile di Asmodeide?

Quel che lei vede di notte


Il tramontar del sole, per la bella Asmodeide, era un affare assai gravoso. La sua serenità ferrea, infatti, si estingueva insieme alle candele di sego che la accompagnavano alla sua gogna notturna. Asmodeide, di notte, dormiva e sognava. Sognava il futuro.

Era questo, il terribile segreto della fanciulla; un’abilità nata con lei, o forse prima, nel grembo materno, dove gli echi del mondo già si mischiavano agli oscuri presagi; increspature tempestose sul calmo mare amniotico in cui il suo corpicino prendeva forma.

Nei sogni non vedeva proprio tutto. La sua, era una vista corta, che si limitava al giorno seguente e poi, non conservava una memoria completa di ciò che aveva visto. Asmodeide prevedeva e ricordava solo brandelli di futuro ma tanto bastava a spaventarla. Si addormentava col terrore di sognare sventure, senza la possibilità di prevenirle.
Prevenirle, infatti, sarebbe stato impossibile. Asmodeide era persuasa fin dentro le ossa che il suo potere profetico fosse una maledizione e non un dono divino, e sentiva che se ne avesse fatto parola con qualcuno, se avesse tratto vantaggio da quelle precognizioni o se avesse provato a interferire in qualche modo col Destino, un’immensa disgrazia l’avrebbe precipitata all’inferno. 
Ovviamente non poteva spiegarsi l’origine di quella consapevolezza, eppure vi si affidava, perché, certe cose, una che sogna il futuro, per quanto prossimo, sa di saperle e basta.

Cresciuta con un tale peso, fin da bambina ogni giorno tentava di cancellare al risveglio i ricordi, con filastrocche e risate. Provava a essere felice, malgrado tutto e malgrado tutto ci riusciva, con l’ostinazione che la distingueva da tante altre fanciulle eccessivamente spensierate. Messa da parte la sua dannazione notturna, era soddisfatta della sua vita in famiglia, del suo fidanzato Teofante e poi amava il mare, il sole e la sua bellissima terra.


L’accesso agli inferi, in Terra d’Otranto


Foto di Elisa Rossi

In quel tempo, poco fuori dalle mura di Otranto, sulle morbide collinuzze e circondata da troneggianti pini, vi era una conca dalle bizzarre caratteristiche e dall’indiscutibile fascino.

Diversa da quella dei dintorni, lì la terra era rosso-sanguigna e cosparsa di sassolini perfettamente tondi, lisci come biglie, in un numero tale che camminarci senza scivolare era impossibile. Al centro della piccola valle si apriva un pozzo stretto e buio. Qualche temerario aveva provato a lanciarvi un sasso o una lanterna per saggiarne la profondità, ma senza successo. Stretto, buio e senza fondo; privo di acqua, la gente del luogo si convinse che quel buco fosse uno degli accessi agli inferi.

Asmodeide certe volte trascorreva i lunghissimi pomeriggi estivi seduta sul bordo della conca, attratta in modo quasi insano da quel posto bizzarro. Vi si sentiva legata, cosa che per una che di notte sognava il futuro non era un buon segno.
Questo lei lo sapeva bene, tuttavia c’erano momenti in cui non riusciva a contrastare l’angoscia quotidiana e allora ci doveva andare a ogni costo. Quelle volte l’amore familiare le pesava addosso come un sacco di patate e l’amore di Teofante si colorava, ai suoi occhi, di asinina insistenza. Tutto ciò che provava, era odio per la sua maledizione e in preda a un violento senso di smarrimento, solo lì riusciva a trovare pace. 
Quella piccola valle, una sorta di larga voragine in discesa verso il pozzo, la consolava con la sua bellezza aliena, aliena come lei, che sognava il futuro ma non poteva dirlo a nessuno.

Fuitina notturna


Asmodeide si svegliò la mattina del suo quindicesimo compleanno, col desiderio di trascorrere una giornata felice. I domestici avrebbero preparato un ottimo pranzo, la sorella più grande avrebbe rovesciato il vino sulla tavola, una delle vacche avrebbe partorito e sarebbe andato tutto bene, durante la cena avrebbero deciso la data delle nozze con Teofante e dopo qualche valutazione avrebbero scelto il solstizio d’Estate, qualche nuvola avrebbe coperto la luna. Sapeva tutte queste cose perché, ovviamente, le aveva sognate.

Quello che non aveva sognato, invece, era che la programmazione delle nozze le avrebbe lasciato un senso di oppressione e che verso sera, appena quelle poche nuvole, come da copione, avrebbero iniziato a blandire i bordi della luna, lei se la sarebbe svignata per andare a rifugiarsi alla conca rossa, in compagnia di un lumicino silenzioso, la cui fiamma si sarebbe spenta volentieri se, grazie alle stesse capacità di Asmodeide, avesse saputo a quale orrenda scena stava per assistere.

La luna era grassa e splendente. La sua luce scioglieva l’oscurità della notte e le poche nuvole erano specchi che ne moltiplicavano il chiarore burroso. Non fu difficile, per Asmodeide, trovare la strada sulla collina. La fiammella che portava con sé era solo una vivace, quanto inutile, compagnia lungo il cammino.

Giunta sul bordo della conca, la fanciulla si sedette e appoggiò il lumino accanto a sé. Pensò che era la prima volta che visitava quel posto di notte e lo disse alla fiamma, che rispose pigramente vibrando.
Il matrimonio con Teofante, lo aveva desiderato e lo desiderava. Era contenta che fosse prossimo ma non riusciva a scrollarsi dalle spalle una tensione priva di forma, un’ansia senza contenuto, come pura, istintiva paura. Cosa la turbava? Era l’idea di stringere un legame indissolubile? Era il timore di perdere, con la vita matrimoniale, quella libertà infantile di sgattaiolare lontano da casa? Oppure era il terrore di non riuscire a conciliare le notti coniugali coi suoi sonni maledetti?

A tutto questo e anche ad altro, pensava Asmodeide, quando notò un’ombra allungarsi sul sentiero che portava verso il mare. Lenta, inesorabile come ciò che è stabilito, una figura arrancava nella sua direzione.
La giovane, dopo un momento di sorpresa, si rese conto, più con il corpo che con la mente, che arrivava il Destino e non portava buone notizie.


Sposa a chi?


Adp

Il Fato arrivò da Asmodeide nella pelle di un vecchio pastore. “Non pensavo che il Destino puzzasse di pecora”, lo salutò la giovane. “Impertinente, bella ragazza, non lo sai che la poligamia è peccato nonché reato?” gracchiò il vecchio, così vicino che lei poté sentire il fetore della sua bocca marcescente e vedere il fondo verminoso della sua gola, illuminato dal lumicino. “Sei sposa a me, Asmodeide. Non dimenticarlo”, continuò. “Di pecora e di pesci morti”, rispose la giovane.

Prenditi gioco delle mie vesti finché vuoi. Conosci bene la maledizione che pende sulla tua graziosa testa, anche se nessuno si è mai preso il disturbo di spiegartela. Ma tu l’hai intuita e hai preservato la tua vita mortale fino a oggi. Sai cosa non devi fare. Sai cosa succederà. Quello che non sai è come. Devi decidere qui e subito, Asmodeide. Sposa Teofante e la pagherai cara. Rinuncia e sarai serena. Vieni con me e sarai regina”.

Nonostante la terrificante circostanza, Asmodeide era incredibilmente calma. Non aveva mai avuto l’occasione di guardare nel viso il suo demone e quell’incontro ebbe come risultato di vanificare tutta la sua paura, infondendole una inaudita, eroica tenacia. “Vada come vada, vecchio. Io sposerò Teofante!” dichiarò e raccolto il lumicino tremulo, si incamminò verso casa, lasciandosi alle spalle il Fato.


Chi prepara nozze e chi prepara vendetta


Il tempo passò con la fretta delle tessitrici di corredi e in men che non si dica arrivò la vigilia delle nozze. La giornata fu frenetica. Asmodeide sapeva dai suoi sogni, che la madre avrebbe iniziato a piangere all’ora di pranzo e che avrebbe smesso solo al tramonto, che le sorelle le avrebbero intrecciato una corona di fiori, che il padre le avrebbe consegnato il corredo “panina dieci”, perché era la prima delle figlie a sposarsi e meritava più pezzi, che Teofante le avrebbe fatto visita nel pomeriggio per assicurarsi che tutto fosse pronto. Non ci furono sorprese. Andò tutto come aveva pre-visto.

Asmodeide andò a dormire e della notte travagliata, il mattino seguente, ricordò questo:
La sera, dopo il banchetto di nozze, lei e il marito avrebbero inaugurato il focolare domestico brindando alla loro felicità, avrebbero fatto all’amore e subito dopo, una parte del solaio sarebbe crollata sul povero Teofante che, ancora disteso sul letto, sarebbe morto sul colpo, senza accorgersi di nulla.


Ecco. Era così, che il Fato avanzava i suoi diritti coniugali sulla povera fanciulla. Asmodeide poteva salvare Teofante, distruggendo se stessa oppure poteva lasciare inalterato il corso degli eventi. Teofante sarebbe morto felice, senza provare dolore e lei sarebbe vissuta come una dignitosa vedova. Cosa fare?


Il giorno perfetto


Era una giornata incredibilmente serena e gentilmente fresca, nonostante fosse piena estate. Il cielo sembrava immenso e i raggi del sole colpivano le cose come un messaggio forte e chiaro. Tra i pini, che circondavano la casa paterna di Asmodeide, le cicale affrontavano la noia estiva coi loro rumorosi commerci, rosmarino e mirto godevano graziosi del sole mattutino. Era tutto perfetto.
La celebrazione si svolse all’ombra del pergolato. Il profumo dei gelsomini era intenso ma non opprimente, sbiadiva verso l’alto, succhiato dalla mattina diafana.

Festeggiarono ballando e cantando fino al tramonto e poi continuarono tutta la notte, anche quando marito e moglie decisero di lasciare la festa, per gioire della nuova intimità e trovare un po’ di ristoro.

Adp

Asmodeide godette di quei momenti con tutta se stessa, come se fossero gli ultimi e allo stesso tempo come se non dovessero finire mai. Brindò con Teofante, rinnovando i voti di matrimonio e si fece condurre verso il letto nuziale senza che nemmeno un’ombra rabbuiasse il suo volto.

Terminati quei rituali che uniscono corpi e a volte anche anime, la giovane sposa attese con tutti i muscoli tesi il momento del crollo. Appena sentì scricchiolare le travi del tetto spinse il marito fuori dal letto. Il tetto crollò, Teofante si precipitò dalla moglie per assicurarsi che fosse illesa, ma inciampò nelle macerie e cadde su una trave, che gli trapassò il petto.


Acqua in bocca, acqua di pozzo


Asmodeide, più che di dolore, urlò di rabbia. Si lanciò, nuda com’era, fuori di casa e a grandi passi, senza curarsi delle ferite che si procurava ai piedi, salì verso la collina, diretta alla voragine rossa. Non aveva bisogno di vedere il sentiero, era guidata da istinto febbrile e meccanico. Giunta sul posto intravide il vecchio, aggirarsi tra le ombre in attesa di lei. Il suo ghigno macabro si distingueva nitidamente nonostante il buio. “Pensavi di poter beffare il Destino! Povera sciocca! Inoltre hai violato la regola del silenzio. Hai tratto vantaggio dalla preveggenza. Teofante è morto e tu sarai punita. Acqua sgorgherà dalla tua bocca, ogni volta che proverai a parlare. Il maleficio si dissolverà solo se verrai con me, accettandomi come tuo sposo”.

Mai. Sia quel che sia, tu non mi avrai.” Appena Asmodeide finì di pronunciare queste parole, dalla sua gola salì un gorgoglio e poi l'acqua proruppe a fiotti dalle labbra, trasformando la sciagurata in una fontana di carne.
Ogni volta che apriva la bocca l’acqua sgorgava rumorosa, lasciandola senza fiato. Terrorizzata, Asmodeide vacillò. Il vecchio le si accostò, con la ferma intenzione di costringerla ad accettare la sua romantica proposta.

Seppur impossibilitata a rispondere a parole, Asmodeide lo fece coi fatti. Si lanciò in avanti, rotolando verso il pozzo. Vi saltò dentro, lontano dalle mani del Fato, che sbraitò inutilmente contro la testardaggine della giovane.

Pochi istanti dopo, dal buco, principiò a zampillare dell’acqua, acqua fitta e scura, densa come l’odio di Asmodeide, imperiosa come le parole che avrebbe voluto rispondere al Fato, ribollente come il suo rifiuto.

In poco tempo la conca si riempì di acqua. Quella che era stata una piccola valle brulla, sede immaginaria dell’ingresso degli inferi, divenne imperituro rifugio della bella Asmodeide, un lago alimentato dalla sua bocca, circondato da rigogliose piante, ristoro per le bestie e per i viandanti, nonché luogo di sconvolgente bellezza.

La fonte sotterranea, che ancora oggi alimenta il lago della cava di bauxite, è quel linguaggio liquido e impronunciabile della giovane donna che perse la battaglia con il Fato e nonostante ciò, non gli si concesse mai.


Foto di Elisa Rossi

Foto di Elisa Rossi


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