martedì 16 gennaio 2018

Una leggenda d'amore e di morte all'ombra della Focara di Novoli


Prologo – L’arte di parlare agli anziani


Fermarsi a chiacchierare coi vecchioni, la ritengo da sempre la più nobile delle abitudini. Ogni volta riscopro il valore della saggezza racchiusa nei loro aneddoti, che rivelano una capacità di misurare e raccontare il mondo in maniera ponderata e prudente, pur nei loro giudizi duri, incontrovertibili e stantii. I vecchi trattano storia, leggenda e cronaca allo stesso modo, perché, se non i libri, è sfogliando la vita, che hanno in fine deciso che sono tutti fatti del Mondo.

Il vecchio e le noccioline


Sono a Novoli a godermi l’accensione della Focara e a squagliare il freddo di questi giorni al teporino che irradia per centinaia di metri. Senza girarci troppo intorno, incontro un vecchio seduto su una seggiteddhra, che s’era portato dietro da casa. Intento a mangiare noccioline, me ne offre. Io accetto e iniziamo a chiacchierare. Della Focara? Meglio. Mi racconta una storia, che la mamma gli “diceva” da piccino.

Di amore e di guerra


C’era una volta a Noule, Rita, una stria (ragazza), la quale aveva un fidanzato che tanto amava. Rita aveva promesso ad Antonio la sua mano, ma anche tutta la sua vita, i suoi sogni e le sue speranze, riponendole con cura nel matrimonio, ben piegate e inamidate.
Antonio, giovane uomo, mite e onesto di carattere nonché di temperamento gioviale, era molto degno dell’affetto della giovinetta, che ricambiava con la stessa devozione. I due promessi, oltre che dal reciproco affetto erano legati da una comune passione. Entrambi amavano il fuoco e davanti al caminetto acceso, trascorrevano tutto il tempo in cui gli era concesso (da rigide e assennate norme sociali) di stare insieme. Davanti alle fiamme si erano raccontati la vita futura, quello che avrebbero voluto costruire assieme, godendo dell'attesa e della bellezza del fuoco.

Venne la guerra e lu striu partì, perché scelta non ce n’era. Ma un ragazzo che tanto sapeva farsi valere in tempo di pace, rispettato per l’ingegno, la sagacia e la pazienza, ahimè nella guerra non si seppe proprio barcamenare e fu ucciso sui monti di Trento, nella battaglia.

Rita, saputa la notizia, ammutolì per il dolore e così restò; muta per alcuni mesi, persa all'interno di sé, incapace di risalire in superficie, come affogata nello squarcio che si era aperto nel suo petto. Si faceva guidare docilmente nei gesti quotidiani, sbrigava persino le faccende, mai faceva pesare la sua condizione sull'andazzo della casa e tuttavia non parlava, non piangeva, pareva quasi che nemmeno respirasse.

Qualcosa cambiò, solo all'inizio del nuovo anno, allorquando il 7 Gennaio, accompagnata nella passeggiata mattutina dalle sorelle, vide le prime fascine accatastate per i preparativi della Focara di Sant'Antonio. Il mutamento fu bizzarramente repentino; il suo volto riprese colore e accennando un sorriso, sollevò la testa verso il sole. Al suo calore, la patina lattiginosa, che da mesi le velava lo sguardo, evaporò e Rita riprese a respirare.
Le sorelle si guardarono sconcertate ma felici. Non le chiesero nulla, perché temevano la fragilità di quel ritrovato buon umore, sicché vollero goderne, sperando che Rita vi si 'abituasse' e dimenticasse di ritornare a essere triste. Ma Rita, triste, non ci tornò mai più.

Tornata a casa, senza alcuna spiegazione, Rita ricominciò a parlare e pareva rinfrancata, tanto che la madre scoppiò in lacrime di gioia, sotto lo sguardo di disappunto delle altre figlie, sempre attanagliate dal timore che la sorella potesse ricordarsi l'impegno con la tristezza. Il dolore, invece pareva davvero essersi affievolito e finalmente, sembrava tornata un po' di speranza nella vita della povera stria; questo, certo, dal punto di vista della famiglia.

Il fuoco della vergogna


Il giorno dell’Accensione della pira, la città era febbricitante come ogni anno, tutta merlettata con l’apparato di luminarie. Tutti aspettavano con gioia quell’occasione per agghindarsi e mostrare il loro vestito migliore all’occhio giudice delle fiamme di Sant’Antonio. I figlioli erano liberi di giocare per le strade, i monelli facevano scherzi ai passanti e tutti respiravano l’aria di festa, che ogni anno rinfranca i cuori dei novolesi. È come se gettassero nel rogo tutte le sofferenze, le tristezze e le angosce dell’anno passato e ipnotizzati dalle fiamme, se ne stessero lì ad ascoltare tra le vampe, grandi promesse e dolci consolazioni. Non c’è novolese, che non abbia assistito rapito alla Focara.

La sera del 16, Rita si vestì con l’abito della festa e si fece pettinare a lungo i capelli dalla madre. L’anziana donna, rincuorata da una tale vitalità ritrovata, pensò che la figlia volesse voltare pagina e fare una passeggiata per il paese, onde ricordare ai giovanotti che lei era (detto volgarmente e in modo contemporaneo) “di nuovo sulla piazza”.

Mai speranza di genitore fu tanto vana. Rita si avvicinò alla pira e ivi rimase per tutto il tempo, assente e refrattaria ai richiami delle sorelle, del fratellino e delle comari che le si accostavano per un saluto. Rita rimase lì, come impietrita, ipnotizzata dalle fiamme e sorvegliata dalla madre, la cui nuova preoccupazione aveva acceso una dolorosa ansia per la sorte della figliola, che credeva ormai irrecuperabilmente impazzita.

Quando fu ora di ritirarsi a casa, tuttavia, Rita rispose e annui docilmente all’invito materno. Solo, chiese, voleva gettare qualcosa nel falò. I genitori, ormai rassegnati alle eccentricità della ragazza, acconsentirono, a condizione di accompagnarla, perché in cuor loro – non se lo dicevano – temevano che la poverina si gettasse tra le fiamme.

Avvicinatasi alla Focara, quanto era possibile, Rita vi gettò ciò che la madre riconobbe essere una lettera. Intravedere sulla busta giallina il nome del povero Antonio, fu la conferma che sua figlia aveva perso il capo.

Cosa hai lanciato nel fuoco? – chiese la madre, convinta che Rita avrebbe mentito. La ragazza rispose con gran serenità, che aveva mandato una lettera al suo fidanzato e che era certa che il fuoco, che li aveva sempre legati e la mano amorevole di Sant’Antonio Abate avrebbero permesso a quel foglio di arrivare fino in Paradiso, dove un giorno finalmente il loro amore avrebbe avuto il giusto epilogo legando per l’eternità le loro anime.

Senza commenti, la famiglia si avviò verso casa, trascinando con sé l’angoscia per la condizione della ragazza; d’altra parte proprio lei, al centro delle attenzioni preoccupate dei genitori, era tranquilla e aveva ritrovato il sorriso perduto nei mesi precedenti.

Il mattino seguente Rita si svegliò presto e preparò il caffè per tutta la famiglia, che la trovò di ottimo umore. A metà mattinata, mentre le donne erano riunite intorno al braciere a spettegolare e cucire e ricamare, si sentì suonare tre volte il campanello. Rita scattò in piedi e corse ad aprire.

Tornò raggiante in salotto, sventolando una busta. "Per me!" disse con una naturalezza che raggelò la madre e le sorelle.

Rita si congedò e se ne andò nella curticeddhra a leggere la lettera, mentre le donne si guardavano a bocca aperta, cercando in tutti i modi di sorvolare.
Il silenzio doveva calare sull’accaduto, per amore del decoro e della decente normalità.


Non chiedere, per non sapere


A questo punto il vecchio si interrompe e prende a sbucciare meticolosamente una nocciolina. “Signuria nde vuei ddoi autre?” mi domanda.
“Grazie!” rispondo, prendendone una manciata. La Focara ha raggiunto la sua apoteosi; fa caldo, fa rumore, è bellissima. Divampa, sibila; è un boato sommesso e prolungato. "Mai pe' cumandu, ma vorrei sapere come va a finire".

Comu spiccia…  Questa – riprende, lo sguardo perso nel fuoco – è una favola salentina, ma se ci fai caso, figghia mia, potrebbe essere raccontata davanti a ogni camino, davanti a un fuoco in campagna, davanti a un braciere; ovunque ci sia un focolare. Perché la stria, è proprio questo che aveva perduto: il suo focolare. Allora, vuoi sapere come finisce?” e proseguì a raccontare:

Nessuno in famiglia ebbe il coraggio di chiedere alla giovane chi le avesse scritto. “Non chiedere, se non vuoi sapere - comu dicia matrima”. Forse per pudore, forse per paura di veder confermata la follia della figlia, oppure per convenienza, per timore che il decoro della famiglia andasse in frantumi, tutti tacquero. Se la lettera fosse stata firmata “Antonio”, sia che fosse uno scherzo di pessimo gusto, sia che fosse davvero l’anima del defunto a intrattenere corrispondenza con Rita, l’onore della giovane sarebbe stato macchiato. E così quello della famiglia.

“Ma come? Se fosse stato il fantasma, cosa ci sarebbe stato di sconveniente? In fondo erano fidanzati, no?”

“Era sconveniente, eccome se lo era. Tradire la possibilità di una futura unione; tradire la vita stessa con un morto, sarebbe stata la peggiore delle ignominie! Te l’ho detto figghia mia, questa è una storia salentina, non una di quelle baggianate sudamericane in cui tutto è concesso in nome dell’amore. Il decoro, per le nostre famiglie, era tutto”.

Penso che il vecchio, con “baggianate sudamericane”, forse intende le telenovelas argentine, ma io non posso fare a meno di immaginare che si riferisca a Jorge Amado. Però non approfondisco. Non chiedo. Per non sapere.

“Andiamo avanti” dico, quindi. “Se invece fosse stato uno scherzo? Cosa avrebbe costituito scandalo?”

Beddhra mia, immagina: una giovane fidanzata perde l’uomo che ama e non ha nemmeno diritto di indossare il lutto, perché non sono ancora sposati. Una ragazza così disperata che diventa oggetto di una burla così umiliante. Se qualcuno osava prendersi gioco di lei, cosa avrebbe pensato il paese? Le avrebbero dato la colpa e da quel momento l’avrebbero vista come una persona da prendere in giro, poco rispettabile e poco incline alla serietà”.

L’unica cosa che la famiglia volle o potè fare, fu ignorare la questione e sperare, fino a convincersi, che la lettera avesse un mittente terreno, magari misterioso e che in fondo non era affar loro e che Rita era adulta e quasi ci speravano avesse già un altro spasimante, perché sì, non poteva essere che così! Ma certo, si trattava senz’altro del messaggio di un ragazzo innamorato, di un corteggiatore segreto. Ma sì…si trattava solo di una coincidenza.

Epilogo - la ragazza senza lutto


"Ma si seppe – chiedo io ormai troppo curiosa per attendere la naturale conclusione del racconto – chi aveva mandato la lettera?"

No, naturalmente non si seppe mai. La famiglia non chiese, la stria niente disse. I compaesani avevano notato Rita, gettare qualcosa tra le fiamme, ma non parve strano sul momento. Molti novolesi, prima, quando alla Focara ci si poteva avvicinare di più, lanciavano vecchie cose o vi affidavano messaggi. La credenza popolare che i messaggi bruciati dal fuoco santo arrivino in Cielo, era molto comune.

“La cosa interessante, però, è che a Rita una risposta arrivò davvero!” – insisto. “E poi che cosa accadde? Scrisse ancora ad Antonio? Di quella lettera si sa nulla? Cosa fece Rita?” Ovviamente ho saltato a piè pari il fosso che separa la fantasia dalla vita. Il dubbio non mi serve, la realtà è sospesa. La storia è più importante. Rita e Antonio per me esistono e mi dolgo solo di non poter chiedere a loro stessi, come andarono le cose.

La ragazza non si sposò mai, mai indossò il lutto, ma soprattutto, mai ne sentì il bisogno. In paese si cominciò a pensare che fosse un po’ matta, malgrado gli sforzi della famiglia, di nascondere le sue stranezze. Capitava, di tanto in tanto che qualche pettegola osasse domandarle perché una bella ragazza come lei non avesse trovato un altro fidanzato e in quelle occasioni Rita rispondeva molto candidamente che lei un fidanzato ce l’aveva già, anche se per il momento erano separati.

“Ma la lettera? Che si sa della lettera?”

“Delle lettere, vuoi dire! – esclama il vecchio, molto divertito dal mio coinvolgimento – Ogni anno, per tutta la vita, il 16 di Gennaio Rita consegnò una lettera alle fiamme. E ogni anno, il 17 Gennaio Ricevette una lettera”.

"Era l'anima di Antonio? Era un burlone? Chi ne sa niente. Mia madre, per riportarmi alla realtà di contadini, che non eravamo altro, diceva che fu il padre, il quale in questa storia non compare mai, a ingannare la figlia per non vederla sprofondare nel dolore. "Ma quando il padre morì?" Chiedevo, da bambino sveglio. E la mamma rispondeva che era ora di dormire, che l'indomani, prima che sorgesse il sole, ci aspettavano i campi".

danze tribali


Si è fatto tardi, il fuoco non accenna a estinguersi, la gente balla, chiacchiera, canta, intorno a quelle fiamme e mi secca un po’ pensare che loro, questa storia, non la conoscano. Mi secca un po’, pensare quanto sacrifichiamo allo svago inconsapevole e stolido. Il nostro ritaglio di mondo è fatto di cose intorno a cui eseguiamo ogni giorno le nostre danze tribali, per entrare in trance dagli affanni. Ma così facendo, siamo come ciechi in un oceano. E le storie, in questo oceano, sono come il calore delle correnti, che riconosciamo e seguiamo; sono come l’odore di pesce decomposto, che ci indica la presenza di una nave.


Il vecchio si incammina verso casa e io verso l’auto. Pian piano, mentre metto una buona distanza tra me e quel falò alimentato da centinaia di migliaia di fascine e da altrettante storie, mentre il gelo straccia la tregua e ricomincia a dar battaglia alle dita dei miei piedi, mi sento come fuori da un sogno. L’energia onirica del racconto si esaurisce e io mi sento imbecille, per questa disarmata concessione alla leggenda. Però mi sento anche bene.


Testo e illustrazione di Alessandra D. P.


Ebbene, cari #salentovaghi. Spero che la storia vi sia piaciuta. Noi stasera ci andiamo a bruciare le ciglia all'accensione della maestosa Focara. Voi ci sarete?


Per saperne di più sul Salento, sulle sue storie, sui suoi itinerari, visita il nostro sito!


Concludo lasciandovi a uno splendido video di LECCE DRONI 360, che mostra da molto vicino la costruzione della pira monumentale. Tanto vicino che potete sentire il fruscio delle fascine.


giovedì 16 marzo 2017

Le Tavole di San Giuseppe. Dove andare a curiosare?

Ebbene carissimi #Salentovaghi, la Primavera è alle porte e come ogni anno, ci viene annunciata nientepopodimeno che dalle Taule di San Giuseppe!
Si tratta di rituali antichi e pittoreschi, che ancora oggi uniscono e inorgogliscono le comunità salentine, dove come sempre, sacro e profano si intrecciano per offrire il meglio della tradizione. Vediamo dove e come. Vi proponiamo sei paesini, dove godervi a pieno l'atmosfera salentina:


POGGIARDOSABATO 18 Festa e Sagra di San Giuseppe.  In largo Santa Croce si allestiranno le tavole, che verranno benedette dopo la messa delle 18.00 e poi via, con la serata conviviale, con la distribuzione gratuita degli assaggi di piatti tipici.

SAN CASSIANOSABATO 18 qui il Santo viene onorato da una grande focara, come da tradizione, che affonda le origini nei riti pagani che celebravano la fine dell’inverno. Tra le pietanze tipiche, pittule, pampasciuni, si attenderà lo spettacolo piromusicale delle 20.00

NARDÒSABATO 18 e DOMENICA 19 festeggia San Giuseppe dedicandogli la SAGRA DELLA ZEPPOLA, dolce tipico del periodo che unisce una soffice frittella a un tripudio di crema pasticcera, sormontata da un cappellino di crema al cioccolato. Nessuno può resistervi.

GIUGGIANELLOSABATO 18 Si porta in processione il santo dopo la messa solenne e alle 20.00, benedette le pietanze, si aprono le danze ai festeggiamenti profani, con tutta la bontà dei piatti tipici e la musica popolare salentina.

PALMARIGGISABATO 18  i rituali solenni del pomeriggio si concludono anche a Palmariggi, con la benedizione delle Tavole, intorno alle 19.00 e poi con la distribuzione della “massa” e gli assaggi di prodotti tipici.

COCUMOLA (Minervino) – si festeggia SABATO 18, con il falò e poi danze, pittule e vino e si continua DOMENICA 19, quando tra le viuzze del centro storico, si potranno assaggiare piatti gustosi della tradizione di San Giuseppe e ammirare le Tavole allestite nelle case per celebrare la Sacra Famiglia.


Tra Minervino, Cocumola e Palmariggi, vi segnaliamo una chicca da visitare: I MASSI DELLA VECCHIA, megaliti che formano sculture naturali, dall'incredibile fascino. Per saperne di più e per visionare la mappa, cliccate QUI!


MA COSA SONO "LE TAVOLE DI SAN GIUSEPPE"?


Si tratta di una tradizione con cui il Salento ha inteso capovolgere l’inospitalità riservata da Betlemme a Giuseppe e a Maria in fuga.
Per onorare e ricordare la Sacra Famiglia, le tavole vengono allestite con massima cura, regole e rituali ben precisi. A mezzogiorno del 19 le famiglie che hanno preparato le “taule” aprono le porte ad amici e parenti (il numero degli ospiti della tavola è 13) ma, secondo l’antica tradizione medievale, anche a famiglie in difficoltà e in questi ultimi anni alcuni paesi aprono le tavole anche ai turisti.

La sera si continua il rito dell’offerta con le tavole preparate nelle abitazioni dei centri storici. Tutte le Tavole recano l’effige del santo e sono decorate come un altare, seguendo la rigida regola che vuole si espongano 169 pietanze. Le porte delle case si aprono al pubblico di devoti e curiosi, che possono entrare nelle case ad ammirare da vicino le Taule di San Giuseppe, recitare una preghiera e accettare degli assaggi.

Alcuni paesi allestiscono lunghissime tavole nelle piazze e accolgono pellegrini e turisti con assaggi di prodotti tipici. Passeggiando per le strade, tra le porte aperte delle case, tra le bellissime tavole imbandite come altari, si respira un’aria che restituisce tutta la tradizione storica di questi luoghi, dall’antichità rurale, alle influenze bizantine, al barocco.

Tra le pietanze immancabili: i pampasciuni, i purciddhruzzi, il buon vino locale e la rituale massa coi ceci (chiamata a Lecce ciciari e tria - QUI LA RICETTA), che le donne del paese preparano con spirituale devozione e che, appena pronta, santificano recitando un Rosario. Immancabili, i dolci tipici della festa di S. Giuseppe, le meravigliose zeppole.


PER ULTERIORI NOTIZIE, VISITATE IL NOSTRO SITO.





domenica 5 marzo 2017

La leggenda di Asmodeide da Otranto, eterna fonte del lago di bauxite

Foto di Elisa Rossi

Una luce così forte che acceca


Asmodeide era bella, non c’è che dire. Tra le sue carni di un raro biancore preraffaellita, si incardinavano occhi di normanna memoria e come cornice, una barocca chioma fiammeggiava al sole salentino. Era bella, Asmodeide e viveva in Terra d’Otranto, con una famiglia devota alla Fede e alla Legge, che tante volte, all’epoca, erano la stessa cosa.

La sua dolce vita, a prima vista, trascorreva beata tra le faccende domestiche, le passeggiate con le tre sorelle e le visite di Teofante, suo promesso sposo, giovane assai gentile e di buona famiglia.

Solo queste cose meritava, la ragazza, contentezza e felicità, efficaci spezie per tirar su un’ottima figliola, di belle maniere e di buon carattere. Eppure, sul limitare della gioia, Asmodeide nascondeva qualcosa; all’ombra, poco fuori dalla portata degli occhi comuni, abbagliati dalla maschera di buonumore.

A chi avesse saputo davvero guardare, la ragazza sarebbe sembrata come chi, a un pranzo di nozze, trattenga a fatica un sorso d’acqua in bocca, per soffiarlo come buon augurio sugli sposi (come da antichissima usanza).

Cos’era, dunque, quell’ombra che faceva da tragico contrasto alla bellezza incontestabile di Asmodeide?

Quel che lei vede di notte


Il tramontar del sole, per la bella Asmodeide, era un affare assai gravoso. La sua serenità ferrea, infatti, si estingueva insieme alle candele di sego che la accompagnavano alla sua gogna notturna. Asmodeide, di notte, dormiva e sognava. Sognava il futuro.

Era questo, il terribile segreto della fanciulla; un’abilità nata con lei, o forse prima, nel grembo materno, dove gli echi del mondo già si mischiavano agli oscuri presagi; increspature tempestose sul calmo mare amniotico in cui il suo corpicino prendeva forma.

Nei sogni non vedeva proprio tutto. La sua, era una vista corta, che si limitava al giorno seguente e poi, non conservava una memoria completa di ciò che aveva visto. Asmodeide prevedeva e ricordava solo brandelli di futuro ma tanto bastava a spaventarla. Si addormentava col terrore di sognare sventure, senza la possibilità di prevenirle.
Prevenirle, infatti, sarebbe stato impossibile. Asmodeide era persuasa fin dentro le ossa che il suo potere profetico fosse una maledizione e non un dono divino, e sentiva che se ne avesse fatto parola con qualcuno, se avesse tratto vantaggio da quelle precognizioni o se avesse provato a interferire in qualche modo col Destino, un’immensa disgrazia l’avrebbe precipitata all’inferno. 
Ovviamente non poteva spiegarsi l’origine di quella consapevolezza, eppure vi si affidava, perché, certe cose, una che sogna il futuro, per quanto prossimo, sa di saperle e basta.

Cresciuta con un tale peso, fin da bambina ogni giorno tentava di cancellare al risveglio i ricordi, con filastrocche e risate. Provava a essere felice, malgrado tutto e malgrado tutto ci riusciva, con l’ostinazione che la distingueva da tante altre fanciulle eccessivamente spensierate. Messa da parte la sua dannazione notturna, era soddisfatta della sua vita in famiglia, del suo fidanzato Teofante e poi amava il mare, il sole e la sua bellissima terra.


L’accesso agli inferi, in Terra d’Otranto


Foto di Elisa Rossi

In quel tempo, poco fuori dalle mura di Otranto, sulle morbide collinuzze e circondata da troneggianti pini, vi era una conca dalle bizzarre caratteristiche e dall’indiscutibile fascino.

Diversa da quella dei dintorni, lì la terra era rosso-sanguigna e cosparsa di sassolini perfettamente tondi, lisci come biglie, in un numero tale che camminarci senza scivolare era impossibile. Al centro della piccola valle si apriva un pozzo stretto e buio. Qualche temerario aveva provato a lanciarvi un sasso o una lanterna per saggiarne la profondità, ma senza successo. Stretto, buio e senza fondo; privo di acqua, la gente del luogo si convinse che quel buco fosse uno degli accessi agli inferi.

Asmodeide certe volte trascorreva i lunghissimi pomeriggi estivi seduta sul bordo della conca, attratta in modo quasi insano da quel posto bizzarro. Vi si sentiva legata, cosa che per una che di notte sognava il futuro non era un buon segno.
Questo lei lo sapeva bene, tuttavia c’erano momenti in cui non riusciva a contrastare l’angoscia quotidiana e allora ci doveva andare a ogni costo. Quelle volte l’amore familiare le pesava addosso come un sacco di patate e l’amore di Teofante si colorava, ai suoi occhi, di asinina insistenza. Tutto ciò che provava, era odio per la sua maledizione e in preda a un violento senso di smarrimento, solo lì riusciva a trovare pace. 
Quella piccola valle, una sorta di larga voragine in discesa verso il pozzo, la consolava con la sua bellezza aliena, aliena come lei, che sognava il futuro ma non poteva dirlo a nessuno.

Fuitina notturna


Asmodeide si svegliò la mattina del suo quindicesimo compleanno, col desiderio di trascorrere una giornata felice. I domestici avrebbero preparato un ottimo pranzo, la sorella più grande avrebbe rovesciato il vino sulla tavola, una delle vacche avrebbe partorito e sarebbe andato tutto bene, durante la cena avrebbero deciso la data delle nozze con Teofante e dopo qualche valutazione avrebbero scelto il solstizio d’Estate, qualche nuvola avrebbe coperto la luna. Sapeva tutte queste cose perché, ovviamente, le aveva sognate.

Quello che non aveva sognato, invece, era che la programmazione delle nozze le avrebbe lasciato un senso di oppressione e che verso sera, appena quelle poche nuvole, come da copione, avrebbero iniziato a blandire i bordi della luna, lei se la sarebbe svignata per andare a rifugiarsi alla conca rossa, in compagnia di un lumicino silenzioso, la cui fiamma si sarebbe spenta volentieri se, grazie alle stesse capacità di Asmodeide, avesse saputo a quale orrenda scena stava per assistere.

La luna era grassa e splendente. La sua luce scioglieva l’oscurità della notte e le poche nuvole erano specchi che ne moltiplicavano il chiarore burroso. Non fu difficile, per Asmodeide, trovare la strada sulla collina. La fiammella che portava con sé era solo una vivace, quanto inutile, compagnia lungo il cammino.

Giunta sul bordo della conca, la fanciulla si sedette e appoggiò il lumino accanto a sé. Pensò che era la prima volta che visitava quel posto di notte e lo disse alla fiamma, che rispose pigramente vibrando.
Il matrimonio con Teofante, lo aveva desiderato e lo desiderava. Era contenta che fosse prossimo ma non riusciva a scrollarsi dalle spalle una tensione priva di forma, un’ansia senza contenuto, come pura, istintiva paura. Cosa la turbava? Era l’idea di stringere un legame indissolubile? Era il timore di perdere, con la vita matrimoniale, quella libertà infantile di sgattaiolare lontano da casa? Oppure era il terrore di non riuscire a conciliare le notti coniugali coi suoi sonni maledetti?

A tutto questo e anche ad altro, pensava Asmodeide, quando notò un’ombra allungarsi sul sentiero che portava verso il mare. Lenta, inesorabile come ciò che è stabilito, una figura arrancava nella sua direzione.
La giovane, dopo un momento di sorpresa, si rese conto, più con il corpo che con la mente, che arrivava il Destino e non portava buone notizie.


Sposa a chi?


Adp

Il Fato arrivò da Asmodeide nella pelle di un vecchio pastore. “Non pensavo che il Destino puzzasse di pecora”, lo salutò la giovane. “Impertinente, bella ragazza, non lo sai che la poligamia è peccato nonché reato?” gracchiò il vecchio, così vicino che lei poté sentire il fetore della sua bocca marcescente e vedere il fondo verminoso della sua gola, illuminato dal lumicino. “Sei sposa a me, Asmodeide. Non dimenticarlo”, continuò. “Di pecora e di pesci morti”, rispose la giovane.

Prenditi gioco delle mie vesti finché vuoi. Conosci bene la maledizione che pende sulla tua graziosa testa, anche se nessuno si è mai preso il disturbo di spiegartela. Ma tu l’hai intuita e hai preservato la tua vita mortale fino a oggi. Sai cosa non devi fare. Sai cosa succederà. Quello che non sai è come. Devi decidere qui e subito, Asmodeide. Sposa Teofante e la pagherai cara. Rinuncia e sarai serena. Vieni con me e sarai regina”.

Nonostante la terrificante circostanza, Asmodeide era incredibilmente calma. Non aveva mai avuto l’occasione di guardare nel viso il suo demone e quell’incontro ebbe come risultato di vanificare tutta la sua paura, infondendole una inaudita, eroica tenacia. “Vada come vada, vecchio. Io sposerò Teofante!” dichiarò e raccolto il lumicino tremulo, si incamminò verso casa, lasciandosi alle spalle il Fato.


Chi prepara nozze e chi prepara vendetta


Il tempo passò con la fretta delle tessitrici di corredi e in men che non si dica arrivò la vigilia delle nozze. La giornata fu frenetica. Asmodeide sapeva dai suoi sogni, che la madre avrebbe iniziato a piangere all’ora di pranzo e che avrebbe smesso solo al tramonto, che le sorelle le avrebbero intrecciato una corona di fiori, che il padre le avrebbe consegnato il corredo “panina dieci”, perché era la prima delle figlie a sposarsi e meritava più pezzi, che Teofante le avrebbe fatto visita nel pomeriggio per assicurarsi che tutto fosse pronto. Non ci furono sorprese. Andò tutto come aveva pre-visto.

Asmodeide andò a dormire e della notte travagliata, il mattino seguente, ricordò questo:
La sera, dopo il banchetto di nozze, lei e il marito avrebbero inaugurato il focolare domestico brindando alla loro felicità, avrebbero fatto all’amore e subito dopo, una parte del solaio sarebbe crollata sul povero Teofante che, ancora disteso sul letto, sarebbe morto sul colpo, senza accorgersi di nulla.


Ecco. Era così, che il Fato avanzava i suoi diritti coniugali sulla povera fanciulla. Asmodeide poteva salvare Teofante, distruggendo se stessa oppure poteva lasciare inalterato il corso degli eventi. Teofante sarebbe morto felice, senza provare dolore e lei sarebbe vissuta come una dignitosa vedova. Cosa fare?


Il giorno perfetto


Era una giornata incredibilmente serena e gentilmente fresca, nonostante fosse piena estate. Il cielo sembrava immenso e i raggi del sole colpivano le cose come un messaggio forte e chiaro. Tra i pini, che circondavano la casa paterna di Asmodeide, le cicale affrontavano la noia estiva coi loro rumorosi commerci, rosmarino e mirto godevano graziosi del sole mattutino. Era tutto perfetto.
La celebrazione si svolse all’ombra del pergolato. Il profumo dei gelsomini era intenso ma non opprimente, sbiadiva verso l’alto, succhiato dalla mattina diafana.

Festeggiarono ballando e cantando fino al tramonto e poi continuarono tutta la notte, anche quando marito e moglie decisero di lasciare la festa, per gioire della nuova intimità e trovare un po’ di ristoro.

Adp

Asmodeide godette di quei momenti con tutta se stessa, come se fossero gli ultimi e allo stesso tempo come se non dovessero finire mai. Brindò con Teofante, rinnovando i voti di matrimonio e si fece condurre verso il letto nuziale senza che nemmeno un’ombra rabbuiasse il suo volto.

Terminati quei rituali che uniscono corpi e a volte anche anime, la giovane sposa attese con tutti i muscoli tesi il momento del crollo. Appena sentì scricchiolare le travi del tetto spinse il marito fuori dal letto. Il tetto crollò, Teofante si precipitò dalla moglie per assicurarsi che fosse illesa, ma inciampò nelle macerie e cadde su una trave, che gli trapassò il petto.


Acqua in bocca, acqua di pozzo


Asmodeide, più che di dolore, urlò di rabbia. Si lanciò, nuda com’era, fuori di casa e a grandi passi, senza curarsi delle ferite che si procurava ai piedi, salì verso la collina, diretta alla voragine rossa. Non aveva bisogno di vedere il sentiero, era guidata da istinto febbrile e meccanico. Giunta sul posto intravide il vecchio, aggirarsi tra le ombre in attesa di lei. Il suo ghigno macabro si distingueva nitidamente nonostante il buio. “Pensavi di poter beffare il Destino! Povera sciocca! Inoltre hai violato la regola del silenzio. Hai tratto vantaggio dalla preveggenza. Teofante è morto e tu sarai punita. Acqua sgorgherà dalla tua bocca, ogni volta che proverai a parlare. Il maleficio si dissolverà solo se verrai con me, accettandomi come tuo sposo”.

Mai. Sia quel che sia, tu non mi avrai.” Appena Asmodeide finì di pronunciare queste parole, dalla sua gola salì un gorgoglio e poi l'acqua proruppe a fiotti dalle labbra, trasformando la sciagurata in una fontana di carne.
Ogni volta che apriva la bocca l’acqua sgorgava rumorosa, lasciandola senza fiato. Terrorizzata, Asmodeide vacillò. Il vecchio le si accostò, con la ferma intenzione di costringerla ad accettare la sua romantica proposta.

Seppur impossibilitata a rispondere a parole, Asmodeide lo fece coi fatti. Si lanciò in avanti, rotolando verso il pozzo. Vi saltò dentro, lontano dalle mani del Fato, che sbraitò inutilmente contro la testardaggine della giovane.

Pochi istanti dopo, dal buco, principiò a zampillare dell’acqua, acqua fitta e scura, densa come l’odio di Asmodeide, imperiosa come le parole che avrebbe voluto rispondere al Fato, ribollente come il suo rifiuto.

In poco tempo la conca si riempì di acqua. Quella che era stata una piccola valle brulla, sede immaginaria dell’ingresso degli inferi, divenne imperituro rifugio della bella Asmodeide, un lago alimentato dalla sua bocca, circondato da rigogliose piante, ristoro per le bestie e per i viandanti, nonché luogo di sconvolgente bellezza.

La fonte sotterranea, che ancora oggi alimenta il lago della cava di bauxite, è quel linguaggio liquido e impronunciabile della giovane donna che perse la battaglia con il Fato e nonostante ciò, non gli si concesse mai.


Foto di Elisa Rossi

Foto di Elisa Rossi


Vuoi scaricare, stampare, stropicciare i nostri itinerari? Visita il nostro SITO, vi troverai guide gratuite, informazioni e tutto ciò che ti serve per goderti il Salento!



Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.

mercoledì 1 marzo 2017

Le 5 strutture più #PetFriendly dell'entroterra Salentino

Continuiamo insieme a voi, #salentovaghi potenziali, la nostra esplorazione del territorio, alla ricerca di strutture alberghiere #PETfriendly, dove possiate trascorrere le vostre vacanze in compagnia del vostro amico a 4 zampe, cane o pony che sia!


Iniziamo dalla splendida LECCE. Qui vi accoglieranno volentieri e con mille cure Elisa e Rossella, nel bellissimo b&b Antiche Volte. Colazioni degne di Nonna Papera, tanta simpatia e porte aperte ai vostri amici a 4 zampe.


Indecisi tra mare e campagna? Vi consigliamo l'Agriturismo Masseria Limbitello a MELENDUGNO. Facendo base qui, potrete visitare l'entroterra, città e borghi e prendere il sole al mare. Tutto nello stesso giorno!


Più giù, il cuore del Salento palpita nella luminosa e straordinaria MAGLIE, una città dall'anima commerciale e dall'aspetto elegante, nelle cui strade ancora risuonano gli echi del '900 Liberty. Se siete in compagnia della vostra inseparabile bestiola, potrete alloggiare presso l'Hotel Corte dei Francesi, un'antica e meravigliosa corte del XVI secolo.


GALATINA, altra tappa fondamentale, per chi davvero vuole conoscere il Salento, è la cittadina che custodisce lo straordinario gioiello architettonico di Santa Caterina D'Alessandria, con il suo tripudio di affreschi. Qui vi offre riparo per la notte la graziosa tenuta di campagna Hotel Resort Villa Elisabetta.


Palpita nel petto di Terra d'Otranto, la Grecìa Salentina, uno stormo di paesini in cui si respira aria greco-bizantina, i cui aromi avvolgono i visitatori inebriandoli di tradizioni che parlano griko al suono cocente della pizzica pizzica. Vicino a Carpignano, patria della Festa te lu MIERU, troverete rifugio presso la bellissima Tenuta Furnirussi.


A presto, turisti, viaggiatori, nomadi, picareschi girovaghi d'ogni sorta!

Per scaricare, stampare, stropicciare i nostri ITINERARI gratuiti, date un'occhiata al nostro SITO!







venerdì 17 febbraio 2017

CONFESSIONI DI UNA MASCHERA...anzi di migliaia di maschere

Carnascialeschi amici, #salentovaghi di ogni sorta, pirati e principesse,
CARNEVALE STROMBAZZA, pronto a riempire di coriandoli le strade, i vostri capelli e i risvolti dei vostri abiti.
Eccomi dunque a darvi qualche suggerimento per seguire il Re dei Folli fino alla sua inevitabile morte, rappresentata un po’ ovunque nel Salento, con piccoli roghi o goliardici necrologi.


Partiamo da LECCE e Dintorni


A CASTRI’ DI LECCE, DOMENICA 19 Febbraio, coloratissimo corteo che invaderà il paese di maschere e carri, partendo da via Grassi alle 14.00, fino a raggiungere piazza Caduti, dove la festa proseguirà con la premiazione del carro più bello e musica dal vivo. LUNEDI 27 invece, l’inevitabile morte dello sfortunato PAULINU, verrà ampiamente celebrata. Camera ardente allestita nel Palazzo Ducale dalle 14.00 e tanto di “chiangimuerti”, inconsolabile vedova e tante, tante risate per il corteo funebre più folle che ci sia!

ARNEO – VALLE DELLA CUPA


A CAMPI SALENTINA, DOMENICA 26 raduno alle 14.00 presso l’area mercatale. Perché? Perché la follia è libera e danza tra carri, trattori, motorini e carrellini che sfilano in un boato carnascialesco. Piovono urla e risate e stelle filanti e colori, lungo le vie del paese fino alla villa comunale dove la festa vera e propria avrà inizio.

LA GRECIA SALENTINA...


...festeggia il suo 37° Carnevale a MARTIGNANO, un Carnevale “accessibile, pedalato, ecosostenibile, arcobaleno, interculturale, solidale”! Innanzitutto solidale, perché quest’ann si mobilita per la raccolta fondi in favore delle zone colpite dal terremoto.
DOMENICA 26, la consueta sfilata sarà vedrà la partecipazione dei bambini e dei ragazzi della comunità di immigrati sostenuta da Sprar. L’incontro è alle 14.30 in piazza Calvario. Si potrà partecipare al corteo anche il bicicletta, con il progetto “Bike-Experiences” (con tanto di laboratorio tematico presso le Manifatture Knos). Vi saranno anche gli sbandieratori di Oria con le loro mirabolanti acrobazie bandieresche. MARTEDI 28 anche a Martignano muore lu Paulini. Presso la palestra della scuola elementare, alle 13.00, ai parenti “chiangimorti” verrà preparato lu “cunsulu”, ovvero il pranzo funebre che, tra trippa e patate, pezzetti di cavallo, pimmitori scattarisciati, paparine e poi chiacchiere e coddima, servirà a consolare gli inconsolabili. Si continuerà a festeggiare la sera, in piazza della Repubblica alle 20.00 con degustazioni e musica. La Grecìa Salentina la fa completa, festeggiando anche gli strascichi del Carnevale con la festa della PENTOLACCIA, domenica 5 Marzo alle 18.30 presso la palestra della scuola elementare.

SERRE SALENTINE


A MELISSANO si festeggia l’undicesimo Carnevale. DOMENICA 19 e DOMENICA 26, carri e maschere la faranno da padrone con le scuole di ballo e bellissime coreografie. Raduno in largo Stazione, per proseguire lungo le vie del paese fino a largo Gesù Redentore, dove una serissima giuria premierà i carri migliori!

SUPERSANO contribuisce al grado di follia di questo carnascialesco 2017 con il suo barocchissimo e raffinato Carnevale, tra coreografie, danze e carri allegorici. Una festa molto sentita, un Carnevale per cui i Super-Saiyanesi (LoL) sono pronti a tutto. Tuffatevi nel loro delirio DOMENICA 19 da piazza Novembre alle 15.00 e DOMENICA 26 (stesso raduno) con i cortei bizzarri per le strade che giungeranno esausti in piazza Magli. MARTEDI 28 si parte alle 16 con premiazione e festeggiamenti e tanta musica.

Giù, giù, in zona FINIBUS TERRAE


Maestri cartapestai dall’indubbia abilità, coi loro carri imponenti, giochi di luci spettacolari, saranno i protagonisti del trentacinquesimo Carnevale del Capo di Leuca. La prima sfilata percorrerà le strade di ALESSANO, DOMENICA 19 e poi DOMENICA 26 a CORSANO, dove MARTEDI 28 si concluderà il Carnevale con la festa di premiazione del carro più bello.

TRICASE festeggia con la sua maschera tradizionale…lu MASCIU, che ogni anno gironzola baccagliando femmine in cerca di una “zita”. È dunque questo il tema del carnevale Tricasino, con le “Masciate”; goliardici girovagari a tormentare le tranquille anime del paese, girando per le strade con i suoi festeggianti scagnozzi a cantare serenate importune sotto le abitazioni dei compaesani. GIOVEDI 23 in giro per Tricase, il corteo con i carri che rappresentano i vari quartieri. Il tema è goloso: Li dolci de na fiata (i dolci di un tempo). Si parte da piazza Panico alle 16.00 e si va a finire in piazza Cappuccini, tra balli e canti. DOMENICA 26 si parte invece da corso Giulio Cesare sempre alle 16.00. MARTEDI 28 gran finale con la festa in piazza Cappuccini.


In zona GALLIPOLINA

A GALATONE, LUNEDI 27 grande corteo con maschere, carri allegorici in partenza dalle 14.30 in via Savoia. Si percorre il paese fino a piazza San Sebastiano, dove si darà sfogo alla follia del Carnevale con la festa e la premiazione delle maschere. Aprono il corteo le maschere paesane CARNIALE e CAREMMA, insieme ai regnanti del Carnevale gallipolino RE CANDALLINU E REGINA MENDULA RICCIA.

ultimo ma non per importanza, il grandioso Carnevale di GALLIPOLI! DOMENICA 26 i giganteschi e coloratissimi carri abbandoneranno i loro sicuri angar e viaggeranno per tutta la città con maschere e gruppi danzanti insieme ai regnanti MENDULA RICCIA e CANDALLINU, che alle 15.30 apriranno le danze in corso Roma. LUNEDI 27, concerto carnevalesco e presentazione dell'Inno del Carnevale. MARTEDI 28 alle 16.00 la sfilata partirà da piazza Aldo Moro e alle 19.00 presso la chiesa di San Francesco artisti di strada coloreranno le strade fino alla morte del Carnevale, momento in cui i regnanti folli restituiranno le chiavi della città...fino al prossimo anno.

CARNEVALE tra sfilate e cortei ci piace. Ma ci piacciono anche le feste…vero #salentovaghi?

Vi consiglio Kàrne, la festa delle Manifatture Knos (Lecce), VENERDI 24 FEBBRAIO dalle 22.00. Evento dissacrante, popolare, originale, inclusivo, creativo, colorato, performativo, sovversivo, coinvolgente ma soprattutto sconvolgente. Ingresso: 3€ prima della mezzanotte; 5€ dopo la mezzanotte
/// DJ SET ///
-La Ros
-Brasi
-Gopher
-Kosmik
-Playgirls from Caracas


Se SABATO 25 sarete ancora nel pieno delle forze, non perdetevi il Carnevale al WOMB (Castromediano - Cavallino) con Ballarock, a partire dalle ore 23. Ingresso 5 euro. 
PREVISTO GRATUITAMENTE UN SERVIZIO NAVETTA NO-STOP DA PORTA SAN BIAGIO PER TUTTO IL CORSO DELLA SERATA. Info : 320 3020113
Previsto inoltre un servizio privato di navette. Info : 328 1612529 - 329 3539482
INFO EVENTO : 331 8167875 - 349 6429342







giovedì 9 febbraio 2017

Che il FINE SETTIMANA abbia INIZIO!

Cari #SalentoVaghi,

il fine settimana è alle porte. Ci faremo cogliere impreparati? Giammai!!!

Ecco per voi una piccola lista di cose da fare. Spero che troviate utili questi consigli. Restate sintonizzati, perché tra qualche giorno avrete notizie più precise sui CARNEVALI SALENTINI.
Intanto...che la fine della settimana abbia inizio!

VENERDI 10 FEBBRAIO

Zona LECCE

all’Antoniano di LECCE andrà in scena una esilarante commedia della compagnia Alitzai dal titolo “Tre cori…e do capanne”. Start ore 21. Ticket: 7 euro. Info: 329.1321839
Sempre a LECCE, alle 22:00 al Ruben’s Pub, serata de "Il Karma di Greta" che, tra pop e dintorni, ritorna in una nuova veste sonora, un live set di brani inediti, da non perdere assolutamente!

ARNEO - VALLE DELLA CUPA

LEVERANO l’enoteca Conti Zecca vi ospita per una serata di musica jazz e degustazione con il sax di Giampiero Fiorino. Start ore 20:30; info: 388.8209643

Zona SERRE SALENTINE

Alle 18:30, in un incontro pubblico presso la casa Vanini a TAURISANO, si darà il via alla rassegna Made in Sud, alla scopertà di piccole e grandi realtà locali che, in un periodo sociale difficile, hanno saputo mettersi in gioco, percorrendo strade antiche e a volte innovative.

Zona GALLIPOLI

Alle 21:00 presso il Caffè del Teatro di ARADEO, serata musicale in memoria e onore di PINO ZIMBA, “Sunati pe lu ZIMBA” e a seguire ronde di pizzica, pezzetti e vino.

SABATO 11 FEBBRAIO

Zona LECCE

Sabato 11 e Domenica 12 Febbraio 2017
Spazio - Shopping & Tempo libero - sito a Lecce in Via Vittorio Bachelet, ospiterà la 3a MOSTRA MERCATO DEL VINTAGE
Durante le due giornate sarà possibile comprare, scambiare e vendere abbigliamento, gadget, accessori moda, complementi d’arredo, vinili, retrogames, libri, fumetti e tutto ciò che appartiene al mitico mondo del vintage. (orari: Dal 11 febbraio alle 15:00 al 12 febbraio alle 21:00)
LECCE, presso i Cantieri Teatrali Koreja,  alle ore 20.45 arrivano Carullo-Minasi con il pluripremiato spettacolo DUE PASSI SONO. Spettacolo vincitore Premio Il Teatro Nudo di Teresa Pomodoro 2013; Premio In-Box 2012; Premio Scenario per Ustica 2011, quest’ultimo per l’impegno civile Laddove la quotidianità ha preso le sembianze della patologia, due piccoli giganti combattono una dolce e buffa battaglia per imparare a non fuggire dalla vita, usando le armi della poesia e dell’autoironia. Ingresso € 15 (intero) - € 8 (ridotto under 30 e over 60) - € 12 (ridotto convenzioni) - € 4 (Ridotto Adisu). E' possibile acquistare i biglietto: on-line su http://www.biglietto.it/newacquisto/titoli.asp?ide=140# info e prenotazioni: 0832.242000
MELENDUGNO, “Serenate sincere”, concerto-spettacolo di Pino Ingrosso, presso il Nuovo Cinema Paradiso. Start ore 21:00; Ticket 13 e 21 euro. Info: 0832.832217

Zona LEUCA

SALVE, L'Associazione Archès e il Gruppo Speleologico Tricase (GST) propongono un pomeriggio dedicato al Salento sotterraneoSi tratta di un viaggio fotografico attraverso il Salento che non ti aspetti, quello che si trova celato sotto le suole delle nostre scarpe, "scaruttatu" (scavato) dall'acqua, a volte anche dall'uomo, prima di raggiungere la sua conformazione attuale. Ore 17:30, presso Palazzo Ramirez, in Piazza Concordia.

Zona GALLIPOLI

Festa inaugurale alle ore 18 presso SPAZIO.ZERO a Gallipoli, la rassegna artistica indipendente dedicata al mondo dell'infanzia: "Piccole ContaminAzioni", curata dall'associazione culturale ZeroMeccanico TeatroSono invitati bambini e genitori, per leggere e ascoltare storie strampalate, scoprire libri bizzarri e creare belle e buone composizioni con il laboratorio "Frutta d'autore" dell'associazione "Il Tempo di Momo". Via Petrarca, Gallipoli; INGRESSO GRATUITO; info: 348.3819266.
Ad ARADEO, presso il Teatro Domenico Modugno, il cantautore genovese Max Manfredi canterà accompagnato dalla chitarra di Luca Falomi. Sul palco anche Marcello Zappatore, Valentina Marra, Domi Siciliano, Federico Guido, Stefano Rielli, Donato Chiarello. Start ore 21:00. Ticket: 6 euro. Info: 347.4492147

TERRA D’ARNEO – VALLE DELLA CUPA

NARDO’, presso il Comunale, la stagione di prosa del Teatro Pubblico Pugliese, porta in scena l’Amleto di Shakespeare. Ore 21:00. Ticket 9-14 euro. Info: 0833.571871.

DOMENICA 12 FEBBRAIO

Zona LECCE

LECCE, presso l’Antoniano, musica e aperitivo con la pianista polacca Joanna Trzeciak, che interpreterà Beethoven, Chopin e Prokofiev. Start ore 11:00 (orario giusto per l’aperitivo tradizionale salentino). Info: 348.0072654

Zona MAGLIE

SPONGANO, presso il Teatro Sotterraneo dell’Ipogeo BacilePAROLE DATE, di e con Fabrizio Saccomanno. PAROLE DATE di e con Fabrizio Saccomanno
“In Parole Date ripercorro alcune storie che mi hanno attraversato in più di dieci anni. Certo ci sono alcuni pezzi dei miei lavori. Dalla vita in miniera ad alcuni episodi della mia infanzia. Da una favola che mi folgorò in una sera d'inverno fino ad arrivare ad un racconto di uno scrittore ucraino”.
Biglietto € 10,00; info: 327.9860420
Prende il via il Carnevale di POGGIARDO, alle 17:30. Dal balcone del Liceo Artistico, l’araldo Teodoro consegnerà la città nelle mani dei festosi regnanti Boiardo e Messapica e partirà il corteo a tema medievale, che giungerà glorioso in Piazza Umberto I. Ivi, il sindaco cederà le chiavi della città ai folli regnanti e sarà festa! Ulteriori notizie sulle iniziative carnascialesche nei prossimi giorni.

TERRA D’ARNEO – VALLE DELLA CUPA

NARDO’, presso il Comunale, va in scena un classico del teatro per ragazzi, liberamente ispirato al Piccolo Principe, “Ci siamo persi tra le stelle” di Terramare Teatro. Quanti di noi si ricordano dell’aviatore Fanni e dell’astronomo Doc, e del loro sgangherato velivolo? Se volete rinfrescarvi la memoria, non mancate. Start ore 17:30; ticket 5 euro. Info: 348.8733426

Zona LEUCA

PRESICCE, presso il teatro dell’Oratorio Don Tonino Bello, la compagnia Micaela Greco porta in scena una commedia di Eduardo De Filippo: “Sogno di una notte di mezza sbornia. Ore 20:00; info: 328.8642446

Zona GALLIPOLI

Prende il via il Carnevale di GALLIPOLI, dedicato, quest’anno al tema CARTOON. Dalle 10:30 alle 12:30, e poi dalle 16:00 alle 18:00, sarà possibile visitare i capannoni dove i maestri carnevalai fanno gli ultimi ritocchi ai carri. Nel pomeriggio, ad accompagnare questa trepidante attesa dei festeggiamenti veri e propri, la musica di “Radio Marisciu” e Daniele Suez.






domenica 5 febbraio 2017

Storia di una strega procace e dell'ermafrodito che la mandò all'inferno


Sulla collina dei megaliti


Tra Giuggianello, Palmariggi e Minervino, vi è un’acropoli naturale chiamata Collina dei fanciulli e delle Ninfe. Ivi sorgono megaliti naturali dalle forme bislacche, ognuno dei quali ha un nome legato alla sua leggendaria origine. Letto della vecchia, Piede di Ercole, sono i nomi di alcune delle sculture naturali. C’è chi ne lega l'origine riferendosi alle lotte di Eracle coi giganti, chi narra storie di streghe perfide… Io la vicenda, la so in questo modo, e fedelmente ve la racconto:


Gli amori della vecchia



In quel tempo, boschi dominavano le terre di cui ora sono padroni gli ulivi. Tra tre villaggi, nel cuore del Salento, ne sorgeva uno molto fitto, che occupava con querce e lecci una dolce collina. I viandanti a volte vi si avventuravano poiché i suoi sentieri erano una scorciatoia tra i centri abitati. Molti di loro, alla fine del viaggio, giuravano di non voler mai più mettervi piede. Nessuno di essi, però rispondeva alla domanda più naturale del mondo: perché?

Sembrava che avessero fatto tutti un voto di silenzio. Ma così sicuri del loro segreto durante le ore di luce, gli uomini, si sa, quando cala il sole e cala il vino nei bicchieri, ben presto sciolgono le loro lingue pettegole. Così iniziarono a girare delle voci; voci che bisbigliavano di una ninfa bellissima, che si aggirava tra gli alberi e seduceva i viandanti. E fin qui niente di troppo spiacevole.
La donna, però, al culmine dell’atto si tramutava in una vecchia dall’orribile aspetto, con la bocca priva di denti ma fornita di una lingua nera e biforcuta.
Quei poveretti si ritrovavano a giacere, insomma, con una strega dal fetore insopportabile e dalla pelle flaccida e appiccicosa come un tronco marcio. Incastrati nell’amplesso nauseabondo, incapaci di divincolarsi sotto le forti cosce dell’orrida creatura, i malcapitati erano costretti a giurare di non raccontare nulla dell’accaduto, altrimenti lei avrebbe scagliato su di essi e sulle loro famiglie una tremenda maledizione.

Ci volle poco, perché il bosco fosse abbandonato da ogni persona sana di mente. La strega non fu felice di questo, venute a mancare le sue occasioni di divertimento. Sprofondata nella più nera solitudine, cantò la sua maledizione, e poiché non sapeva quale degli uomini avesse parlato, li maledisse tutti.

La pestilenza arrivò in un giorno di scirocco, che la diffuse così velocemente, che i tre villaggi presto furono completamente ammorbati. Si trattava di una malattia dell’anima e del corpo, che colpiva solo i maschi, risucchiandogli lentamente la vita e lasciandoli deboli e intorpiditi nei loro letti a vegetare.



Le donne all'Assemblea



Le donne, rimaste sole alla guida dei villaggi, si incontrarono nelle rispettive chiese. I tre gruppi presero la stessa decisione, ovvero di inviare un’ambasciata alla strega. Ogni villaggio scelse la donna che riteneva più adatta alla negoziazione e la spedì nel bosco con un tozzo di pane, una noce e molte preghiere. Giunte al centro della collina, le tre donne si incontrarono e si riconobbero. Il primo villaggio aveva inviato la più giovane moglie, il secondo aveva mandato la più giovane vedova e il terzo era rappresentato dalla moglie più anziana.

Attirata dall’odore di carne umana, seppur femminile, la striara non si fece attendere. Comparve dall’ombra degli antichi lecci in tutta la sua bruttezza, emanando un lezzo di pesce morto e vapori infernali. Cosa posso fare per voi, sventurate?
Per tutte, parlò la più vecchia: rivogliamo i nostri uomini. Ci sono lavori da mandare avanti, case da costruire, aratri da riaccomodare, figli da fare e guerre da combattere. Ci servono gli uomini e ci servono forti e sani.
La strega rispose: siete sicure di non voler fare a meno dei vostri maschi, che vi comandano, vi tradiscono, vi maltrattano e per sé tengono il governo delle cose? Non siete più libere senza le loro angherie?
A questo rispose la giovane vedova: Come ti ha detto la più saggia di noi, i nostri uomini ci servono.
E aggiunse la terza emissaria: li rivogliamo, così come erano. Ora tutto il lavoro grava su di noi e in più dobbiamo accudirli, sempre stanchi e malaticci. Restituiscici i nostri uomini, se davvero ti piace di darci la libertà. Falli tornare sani e ci avrai liberato da loro.
La strega rimase in silenzio. Roteava gli occhi opachi e mugugnava combattuta, poi si decise:
E sia. Ritirerò la maledizione, ma in cambio voglio che voi restiate qui come mie ninfe di corte e inoltre voglio che ogni anno mi sia tributato un fanciullo da ognuno de tre villaggi. Li ingrasserò e li userò per il mio trastullo. Alla fine di ogni anno li mangerò e i vostri villaggi ne invieranno altri tre.
E non pensate di potermi sfidare. Solo il tocco di una vergine può uccidermi e a nessuna vergine è consentito entrare nel bosco, pena la morte istantanea!

Le donne restituirono alle rispettive assemblee le parole della strega e come era prevedibile, i tre casali scelsero il patto come male minore.
Le tre ambasciatrici, seppur disperate per il destino funesto che le attendeva, come promesso all'aguzzina, tornarono sulla collina accompagnate dai giovani scelti a sorte nei tre villaggi. Per molti anni, i tributi furono pagati e gli abitanti vissero una relativa pace, seppur velata di terrore e angoscia. La serra prese il nome di “Collina dei fanciulli e delle ninfe”, perché nessuno voleva nominare la strega o farvi in qualche modo riferimento.
Non c’era modo di rompere il patto, non c’era modo di uccidere la strega, il futuro appariva cupo. Ogni madre temeva per la vita del figlio, perché ogni anno poteva essere l’ultimo.
Sembrava davvero che non ci fosse soluzione e invece la Natura decise di aiutare quei suoi poveri figli e compì un miracolo.

Meraviglia della Natura


Vi era una sola levatrice nella zona, che aiutava le donne di tutti e tre i villaggi. Era tenuta in grande considerazione per le sue arti mediche e le sue conoscenze della natura. Anni prima aveva fatto nascere Nicodemo, una creatura cui era stata concessa una deroga miracolosa. Nicodemo era nato con gli attributi sessuali maschili e anche femminili. Era, insomma, un ermafrodito o, come si usava dire allora, tra il popolo ignorante, un mostro. Ma la levatrice sapeva bene che all’origine della parola mostro, c’erano meraviglia e prodigio.
Nicodemo, comprese la donna, era un miracolo, regalo di Madre Natura e avrebbe ammazzato la strega.
La levatrice aveva coltivato questa idea fin dai primi momenti in cui aveva udito il vagito del bimbo e ne aveva parlato alla madre, spiegandole che non doveva addolorarsi per quell’esserino e che invece doveva considerarlo una benedizione e che il suo destino era di salvare tutti dal patto con la strega. Di comune accordo, le donne decisero di mantenere il silenzio sulla natura di Nicodemo, che crebbe come un maschio, nella consapevolezza della sua unicità ed educato in gran segreto alla sua futura missione. Ogni anno che passava il ragazzo diventava sempre più bello.
Il giorno in cui Nicodemo compì quindici anni, la levatrice si fece viva e disse che era il momento di prepararsi. L’anno stava per scadere e, come progettato fin dalla sua nascita, il giovane si sarebbe offerto volontario come tributo. La mamma del ragazzo, ancora una volta cercò conforto nella saggezza dell’anziana medica. Temeva per le sorti del figlio. Non devi avere paura – la rassicurò questa – L’incanto che la strega ha lanciato sul bosco verrà confuso dalla natura di Nicodemo e la megera non si renderà conto che il bellissimo ragazzo è allo stesso tempo una stupenda vergine, finché non sarà troppo tardi. Basterà che la sfiori e la strega verrà distrutta.
L’anno terminò e ogni villaggio mandò i suoi ragazzi nel bosco, accompagnati da amare lacrime e preghiere inutili. Nicodemo, come promesso, si era offerto volontario, lasciando a bocca aperta tutti gli abitanti del suo casale. Nessuno, tuttavia, osò opporsi a tale gesto, che liberava dall’angoscia madri e figli per un altro ciclo.
Giunti sul limitare del bosco, le ninfe, antiche ambasciatrici dei tre villaggi, accolsero i fanciulli con cibi prelibati e bevande gustose e profumate. La strega, come ogni anno passò in rassegna i giovinetti e fu immediatamente soggiogata dalla bellezza di Nicodemo. - Tu sarai il primo, ragazzo! - Sibilò tra le gengive nude, facendo guizzare la sua lingua nera. -  Raggiungimi nel mio letto. - E traboccante di lubrico desiderio, si avviò seguita dal giovane.
Quando Nicodemo entrò nella stanza, la megera chiuse la porta e lo invitò a togliersi i vestiti. Il suo corpo più putrido che mai fece impallidire la giovane vergine, ma la missione era l’unica cosa che contava. Si fece coraggio e si avvicinò al giaciglio da cui saliva l’olezzo nauseabondo della strega ivi distesa.
Nicodemo, con pazienza, si sfilò i calzoni e fin qui tutto bene per l’avida striara. Il ragazzo era ben in arnese e questo le piacque. Fu solo dopo aver aperto la camicia, che la vergine apparve in tutta la sua grazia. Due piccoli e graziosi seni svettavano sul petto di Nicodemo, che li sfoderò fiero, come due granate pronte a deflagrare.

La Natura conosce i suoi polli


La meraviglia della strega fu pari al terrore ma, vittima del suo stesso desiderio, volle toccare quel corpo meraviglioso, pur cosciente dell’ineluttabile. Morire così mi va più che bene, ragazzo. Avvicinati.
Quando Nicodemo uscì dalla camera da letto della strega, era tutto già compiuto e come nessuno insistette per conoscere i dettagli, allo stesso modo il ragazzo non volle mai raccontarli. Della vecchia che aveva ammorbato per anni il bosco, non restava che un vago fetore di fiori marci e presto anche quello svanì insieme alle mura che erano state la sua casa.
Un grosso masso spuntò dalla terra, dove una volta era stato il suo letto. Ancora oggi quel masso è lì, chiamato il letto della vecchia e svetta sulla collina come monito a governare cautamente quella nave alla deriva che trasporta i nostri desideri e i nostri istinti, perché anche il più potente vascello può affondare se si scontra con l’iceberg giusto.

Per informazioni più dettagliate sulla Collina dei Fanciulli e delle Ninfe, vi rimando al nostro SITO
Se invece, non vedete l'ora di andare a ispezionare quel luogo magico, ecco la mappa!






Foto di Luigi Marzo

Foto di Luigi Marzo

foto di Luigi Marzo